Siempre
me ha fascinado, saben, la frase con que el antropólogo catalán
Manuel Delgado cierra su prólogo a la celebérrima obra de Claude Lévi-Strauss “Tristes
trópicos”
para una reciente edición española (Barcelona, Paidòs, 1998),
porque lo que él afirma acerca de la actividad de antropólogo
encaja perfectamente con lo que pienso yo de mi oficio de docente. “La
antropología no es sólo una ciencia: es también un estado de
ánimo”, declara el catedrático, y yo no puedo que parafrasear la
idea afirmando en voz alta que
“LA
ENSEÑANZA NO ES SÓLO UNA PROFESIÓN: ES TAMBIÉN UN ESTADO DE
ÁNIMO”.
Nada más verdadero. Aquí
a continuación les dejo un breve extracto de la obra del etnólogo
francés recién fallecido, en donde habla del oficio de profesor y
de lo que significa para la mayoría de las personas que, desde
diferentes niveles y grados, lo viven como algo más que un simple
trabajo. Suscribo plenamente.
“[...]
Profesorado,
investigación y ciertas carreras imprecisas, son de otra naturaleza
[con respecto a las demás profesiones]. El estudiante que las elige
no dice adiós al universo infantil, más bien queda apegado a él.
El profesorado ¿no es acaso el único medio que se ofrece a los
adultos para permanecer en la escuela? El estudiante en ciencias o en
letras se caracteriza por una suerte de rechazo que opone a las
exigencias del grupo. Una reacción casi conventual lo lleva a
replegarse temporaria o duraderamente en el estudio, preservación y
transmisión de un patrimonio independiente del tiempo. En cuanto a
los futuros sabios, su objeto es conmensurable solamente a la
duración del universo. Por lo tanto nada hay más vano que
persuadirlos para que se comprometan; aun cuando creen hacerlo, su
compromiso no consiste en aceptar un hecho, en identificarse con una
de sus funciones, en asumir sus probabilidades y riesgos personales,
sino en juzgarlo desde afuera y como si ellos no formaran parte; su
compromiso es una manera más de permanecer desligados. Desde este
punto de vista, la enseñanza y la investigaciónno
se confunden con el aprendizaje de un oficio. Su grandeza y su
miseria consisten en ser o bien un refugio o bien una misión.”
(Tristes Trópicos, parte II, "Cómo se llega a ser etnólogos")
"Los Corraleros de Majagual", agrupación folklórica de la costa caribe de Colombia,
con una famosa e irresistible cumbia de comienzo de los '90.
Hay que construir junt@s una muralla,
un cerco, un fuerte, una barrera, querid@s Caminantes.
Hay que hacerlo con lo que sea pero
que sea pronto, hay que hacerlo para defender la Escuela, nuestra Escuela.
Hay que hacerlo para defendernos a nosotr@s
mism@s, Alumn@s
y Profesores juntos, defendernos de los acechos y saqueos a mano de
la indiferencia y hostilidad
mutua que muy a menudo nos distancian, nos alejan, nos transforman en
enemigos, nos confunden en vez de fusionarnos en un cuerpo único
para una única batalla que hemos de combatir junt@s. Hablo
de la batalla contra la ignorancia, la indiferencia, la mediocridad y
la lógica mercantil-utilitarística que rige mucha parte de las
relaciones “humanas” (por así decirlo...) en el despiadado y
homogenizador mundo extra-escolar. Una
trinchera de humanidad y valores positivos, donde se forjan las armas
y las virtudes del buen con-vivir y buen vivir, del respeto y
valorización del individuo y de las diferencias, del pensamiento
crítico
e independiente, en fin, de la libertad. Esto es lo que la escuela
debería ser. Y
para hacer eso, para construir alrededor de la Escuela esa muralla
simbólica que la proteja y la rodee cual espontáneo abrazo amoroso
hay que derrumbar otra, más espesa y difícil de tumbar. Destruir
para volver a construir. Derrumbar para levantar(se). Hay que tener
valor, es necesario. Abatir la muralla que divide y opone a Alumn@s
y Profesores, negando así el antiguo y primigenio concepto de
escuela como “universitas”, osea la unión de las dos componentes
en un Todo único (“universus, i” = la totalidad en oposición a
las partes), que trabajan juntos para constituir un movimiento único,
un “uni-versus”. Una
gran muralla con puente levadizo erigida por todas las manos, cada
quien con sus talentos y potencialidades. Aquí
les propongo la lectura de este artículo del filósofo Umberto Galimberti, publicado hace pocos días en el periódico La
Repubblica, y a continuación, como de costumbre, un tema musical:
“La muralla”, de la agrupación chilena de los '70 Quilapayún,
con letra del poema del cubano Nicolás Guillén. Buena
lectura y buena escucha a Tod@s, mejor
dicho, al “Universus”.
*
* *
“Professori
parlate al cuore”
Bisogna evitare che i giovani a
scuola si sentano stranieri nella propria vita:
Sono un'insegnante da poco tornata a sedere "in cattedra",
di fronte ai "miei ragazzi". Molti di loro li conosco bene
perché sono miei alunni da quattro anni, altri un po' meno bene,
perché più piccoli, ma tutti sono accomunati da uno sguardo che mi
ha sempre incuriosito per la loro grande volontà di imparare.
Sembrerà strano che un'insegnante dica così, perché noi ci
lamentiamo sempre della scarsa volontà degli studenti, della poca
attenzione ai nostri discorsi. In realtà, loro sono molto attenti,
ma le nostre parole le sentono lontane e distaccate dalla loro realtà
e allora non possono far altro che distrarsi e rifugiarsi in un mondo
del tutto personale. C'è da chiedersi perché molti di noi non sono
in grado di avvicinarsi a loro, di compenetrarsi nei loro disagi, di
commuoversi per le loro emozioni, di gioire per i loro successi.
Credo che il motivo sia abbastanza ovvio: sono molto ignoranti, nel
senso che ignorano che per far avvicinare un ragazzo alla cultura
serve entrare in sintonia con il loro cuore. Non lo fanno con
cattiveria, ma proprio non sanno come fare il loro lavoro, perché
non sanno cosa significa entrare in sintonia con qualcuno, neanche
con i colleghi, con i genitori dei propri alunni, con i collaboratori
scolastici, con nessuno. Avrebbero bisogno di fare dei "corsi di
recupero" per imparare a rapportarsi agli altri senza sentirsi
al di sopra di tutti ed essere disponibili ad imparare dagli altri,
anche da coloro cui dovrebbero insegnare. Un nuovo anno scolastico
comincia, ma i problemi sono sempre gli stessi e, se possibile,
sempre più gravi, perché in molti di noi c'è la certezza che il
nostro operato sia ineccepibile e non sia responsabile dell'ignoranza
delle nozioni dei nostri alunni.
(Lettera firmata)
In cattedra si sale per impartire
un'istruzione, ma lei aggiunge ai "miei ragazzi". E in
questo aggettivo possessivo c'è già quel riferimento affettivo, a
cui la sua lettera allude come alla condizione essenziale perché
l'istruzione possa essere efficace. L'elemento affettivo fa la
differenza tra "istruzione" ed "educazione"
perché, a differenza dell'istruzione, l'educazione prevede anche la
cura dell'emotività dello studente, in quella stagione
adolescenziale dove i fattori emotivi sono non solo più potenti di
quelli intellettuali, ma soprattutto perché la mente non si
dischiude se non si apre quello che lei chiama il "cuore".
Già Platone avvertiva che non si apprende se non per via erotica e
ciascuno di noi può aver sperimentato che le materie che più ci
interessavano erano quelle impartite da professori che ci avevano
affascinato e che avevano coinvolto la nostra emotività. Attraverso
questo coinvolgimento, i ragazzi costruiscono la loro identità, che
è poi il sentimento che uno ha di sé, base della propria autostima,
senza la quale non c'è impegno, non c'è interesse, non c'è
motivazione. E di conseguenza non c'è apprendimento. Ma quanti sono
i professori che si preoccupano del coinvolgimento emotivo dei loro
studenti? E sappiano condurli dall'impulso (che ci è dato per
natura, e che si esprime con azioni e reazioni irriflesse e talvolta
violente come nel caso del bullismo), all'emozione spesso spenta nei
nostri ragazzi, che non di rado appaiono indifferenti ad ogni evento?
Senza una partecipazione emotiva non si accede al sentimento che,
come l'umanità ha sempre saputo, non è un dato di "natura"
ma di "cultura". Per questo in ogni tempo e in ogni luogo
si è provveduto, con racconti mitici e oggi letterari, a segnalare
cos'è l'amore, il dolore, la noia, la disperazione, l'entusiasmo, la
gioia. Infatti solo quando si conoscono i nomi e i percorsi di quanto
si agita nel nostro cuore, è possibile evitare l'angoscia che sempre
accompagna i turbamenti emotivi, così frequenti e intensi
nell'adolescenza, soprattutto quando restano sconosciuti e, in quanto
sconosciuti, ingestibili. Senza questa cura per la formazione del
sentimento, che è la via d'accesso all'apertura della mente,
l'istruzione non arriva al cuore e perciò non diventa processo
formativo, così importante in quell'età incerta e faticosa che è
l'adolescenza, dove la comparsa della sessualità chiede, come ci
insegna Freud, il duro lavoro di una riformulazione della propria
visione del mondo, e dove la formazione della persona non solo è più
importante delle competenze che si possono acquisire, ma è anche la
condizione per cui si possono acquisire.
*
* *
"LA MURALLA":
Para hacer esta muralla,
tráiganme todas las manos
los negros, sus manos negras
los blancos, sus blancas manos.
Una muralla que vaya
desde la playa hasta el monte
desde el monte hasta la playa,
allá sobre el horizonte.
-¡Tun, tun!
-¿Quién es?
-Una rosa y un clavel...
-¡Abre la muralla!
-¡Tun, tun!
-¿Quién es?
-El sable del coronel...
-¡Cierra la muralla!
-¡Tun, tun!
-¿Quién es?
-La paloma y el laurel...
-¡Abre la muralla!
-¡Tun, tun!
-¿Quién es?
-El gusano y el ciempiés...
-¡Cierra la muralla!
Al corazón del amigo:
abre la muralla;
al veneno y al puñal:
cierra la muralla;
al mirto y la yerbabuena:
abre la muralla;
al diente de la serpiente:
cierra la muralla;
al ruiseñor en la flor:
abre la muralla...
Alcemos una muralla
juntando todas las manos;
los negros, sus manos negras
los blancos, sus blancas manos.
Una muralla que vaya
desde la playa hasta el monte
desde el monte hasta la playa,
allá sobre el horizonte.
"ARMA DE DOS FILOS": (Antonio El Sevillano, 1971) SI QUIERES GOZAR... BAJA SI QUIERES SUBIR, SUFRE SI QUIERES GOZAR, LLORA SI QUIERES REIR, PIERDE SI QUIERES GANAR, CANTA SI QUIERES VIVIR. LA SUERTE, NUNCA ME CONVENCERA', QUE TODO LO PUEDE LA SUERTE, SI UN HOMBRE LLEGA A TRIUNFAR ES PORQUE ES INTELIGENTE, LA SUERTE SOLA NO ES NADA. CON TU AMOR PROPIO PUEDE QUE TENGAS RAZÓN, CON ESE AMOR PROPIO TUYO, PERO SACO EN CONCLUSIÓN QUE SOLAMENTE ES TU ORGULLO Y SERA' TU PERDICIÓN.
Una cálida bienvenida para el curso 1C del Liceo F. Lussana de Bérgamo:
para ustedes en particular, y a tod@s mis alumn@s Caminantes en general, les dedico el cuento "El semáforo azul" del italiano Gianni Rodari, escritor, maestro y pedagogo, uno de los mejores autores italianos y europeos de literatura infantil, cuyas palabras hablan no sólo a los niños, sino también a adolescentes y adultos sin diferencias.El siguiente cuento del cual propongo la traducción al castellano realizada por l@s muchach@s del curso 2C, pertenece a la famosa recopilación "Cuentos por teléfono". Buena lectura a tod@s, querid@s Caminantes, les deseo poder reconocer y aprovechar todas las luces azules que encontrarán a lo largo del camino, digan lo que digan quienes creen que sólo hay verdeso rojas...
EL SEMÁFORO AZUL Una
vez, el semáforo azul que está en Milán, en la plaza del Duomo, hizo
algo extravagante. De golpe, todas sus luces se tiñeron de azul, y la
gente no sabía cómo comportarse. –¿Cruzamos o no cruzamos? ¿Esperamos o no esperamos? Por
todos sus ojos, en todas las direcciones el semaforo difundía la
insólita luz azul, de un azul tal que en el cielo de Milán no se había
visto jamás. A la espera de entender algo, los conductores
alborotaban y pitaban, los motociclistas hacían rugir el tubo
de escape y los peatones más gordos gritaban: –¡Usted no sabe quién soy yo! Los chistosos decían sus gracias: –El verde se lo habrá comido el Comendador para hacerse una villita en el campo. –El rojo lo habrán utilizado para teñir los peces de los Jardines Pùblicos. –Con el amarillo, ¿sabéis qué hacen? Diluyen el aceite de oliva. Finalmente
llegó un guardia urbano y se puso en medio del cruce a dirigir el
tráfico. Otro guardia buscó la cabina de señales para reparar la avería,
y cortó la corriente. Antes de apagarse el semáforo azul tuvo tiempo
para pensar: “¡Pobrecitos! Yo les había dado la señal de ‘via libre’
para el cielo. Si me hubieran entendido, ahora todos sabrían volar. Pero
quizá les ha faltado valor”.
"AL ENTRAR EN LA PLAZA, EL PROFESOR QUEDA DE PRONTO SORPRENDIDO EXAGERADAMENTE, COMO EXTASIADO. LA ILUMINACION INDIRECTA HACE AUN MAS PERFECTAS SUS PROPORCIONES. Y COMENTA EN VOZ ROTA, CANSADA, SINCERA:
-¡ME DAN USTEDES ENVIDIA, CREANME, VIVIR EN ESTE REMANSO! Y QUEDAN YA POCOS EN EL MUNDO, TIENE USTED RAZON. APROVECHENLO BIEN. LUEGO SE ALEGRARAN. ¡SI SUPIERAN COMO SE ECHA DE MENOS!- "
"EL EMBRUJO DE LA PLAZA MAYOR EMANA DE LA SUTIL COMBINACION DE UNA MARAVILLOSA ARMONIA Y DE UNA ELEGANTE Y PARSIMONIOSA DECORACION QUE, JUNTO CON EL TONO SUAVE Y DORADO DE LA PIEDRA, CONVIERTEN A ESTA PLAZA, COMO NINGUNA OTRA DE ESPAÑA, EN UN GRAN SALON DE FIESTAS"