Due
giorni dopo il (tentato) suicidio dello Studente 17enne al Liceo
Lussana, le riflessioni di un mio caro ex-alunno, Filippo O., di
Redazione Altro, in questa lettera aperta:
- Quando lunedì mattina mi sono svegliato e ho trovato i messaggi dei
miei compagni, quando ho realizzato l’accaduto, mi è sembrato di tornare
lì, in Italia, nelle aule della mia Scuola, il Liceo Lussana, tra
quelle sedie così familiari.
Sono negli Stati Uniti, nel Mississipi, a trascorrere il mio quarto anno
di Liceo in una high-school, ma in quel momento nulla mi impediva di
sentirmi vicino a voi e di ragionare come voi. Il flusso emotivo è stato
più o meno quello che avete avuto voi, probabilmente meno intenso a
causa della distanza, sebbene ognuno di noi reagisca in modo molto
differente. Nelle prossime righe troverete mille contraddizioni e per
questo mi scuso: se deciderete di classificare questa lettera come un
testo intriso di ipocrisia, non vi biasimo… Forse queste righe sono
frutto di emozioni non ancora decantate e per questo, probabilmente,
risulteranno un concentrato di incoerenza. Chiedo nuovamente perdono.
Premesso ciò, non voglio annoiarvi con inopportuni giri di parole e
vado dritto al punto. Sono seriamente convinto che, davanti a un fatto
del genere, ogni tipo di illazione, di ipotesi o di supposizione sia del
tutto inutile. Ci troviamo di fronte a un episodio gigantesco e
vicinissimo a noi Studenti, soprattutto ai Lussaniani. La grandezza di
questo gesto ci spaventa, ci rende minuscoli, sentiamo il peso della
vita, o meglio, della morte. Tutto ad un tratto la realtà sbiadisce e
perde di significato. La reazione che ogni essere umano dovrebbe avere è
quella di cercare un rifugio. Come un bambino che ha paura del buio va
dalla sua mamma, allo stesso modo noi ci stringiamo l’un l’altro alla
ricerca di una sicurezza che non arriverà mai. Vediamo
quell’impenetrabile buio di fronte a noi e, nella nostra piccolezza, ci
rassicuriamo a vicenda, scambiandoci pensieri, parole,opinioni.
Ho riflettuto a lungo prima di riuscire a scrivere
questa cosa: al contrario di quello che siamo portati a fare secondo un
impulso naturale, credo che faremmo meglio a tacere. Abbiamo il grande
dono di poter pensare e dovremmo sfruttarlo. Troppe frasi sono state
sputate in preda all’emozione, troppe opinioni senza significato sono
state scambiate tanto pour parler. Accolgo con piacere la notizia che
alcuni Professori, il giorno stesso, si siano incaricati spontaneamente
di parlare agli Studenti. Compito arduo, ma il coraggio non è mancato.
Non provo la stessa soddisfazione quando ascolto i discorsi dei miei
coetanei, costantemente impegnati nel discorrere di argomenti a loro
ignoti. Anzi, provo una sensazione di disagio nel leggere le loro
supposizioni e mi chiedo: “Perché non si fermano un secondo? Perché sono
così coinvolti da non rendersi conto che questa non è riflessione?”.
Basterebbe riporre il cellulare sul comodino per una mezz’oretta,
sdraiarsi sul letto, guardare il soffitto e pensare. Ponderare le
proprie emozioni, guardare in faccia la realtà, tacere per un momento.
Non si sa mai che le emozioni diventino qualcosa di duraturo, che
costituisca le fondamenta di un pensiero più elaborato, invece di tante,
troppe frasi rivolte al vento. Questo è solo un consiglio che rivolgo a
voi Tutti, Amici e Compagni del Liceo Lussana.
Ma ciò che più mi ha
scosso, oltre alla notizia in sé, è stata la lettera, inviata da un
anonimo Docente del Liceo alla redazione di BergamoNews (non mi soffermo
sulla qualità delle notizie che questa testata suole pubblicare).
Riporto qui il link all’articolo:
http://www.bergamonews.it/cronaca/lussana-quel-gesto-estremo-di-uno-studente-che-interroga-ognuno-di-noi-194836
 |
| (Lussana,
cortile su via Foro Boario. Foto scattata a metà mattinata da El Afilao, quando
sulla quella macchia ancora fresca è spuntato un cantiere recintato. Con
tanto di betoniera e wc chimico) |
Ora, non voglio in nessun modo criticare il gesto dell’anonima
Professoressa, in quanto la sua lettera è paragonabile alla mia e non
voglio risultare più incoerente di quello che già sono. Nonostante ciò,
vi invito a riflettere sul contenuto di quest’ultima. La lettera è stata
inviata a BergamoNews il giorno successivo all’episodio, ovvero neanche
ventiquattro ore dopo. Un dato di fatto, perfettamente inserito nella
nostra realtà contemporanea, caratterizzata dalla ipervelocità e
dall’immediatezza. Forse fermarsi a pensare un po’ più a lungo sarebbe
stato meglio, ma, ripeto, questo rimane solo un consiglio, non una
critica.
Ma ciò che mi ha spinto a scrivere questo pezzo non è la
rapidità con cui la lettera è pervenuta alla redazione del quotidiano
online bergamasco, bensì è stata la rabbia. Sì, lo ammetto, rabbia.
Rabbia che mi fa vergognare, poiché dovrei solo provare una profonda
amarezza pensando al gesto dello Studente di 3U e alle sue condizioni
attuali. Eppure non sono riuscito a trattenermi. In questa lettera – mi
scuso se ho frainteso – la mia rabbia è scaturita dall’aver colto una
certa presunzione, soprattutto nel paragrafo in cui l’autore imputa
anche alla “rete” la responsabilità di questo gesto. Ma perché bisogna
scadere nelle solite banalità? Mi rivolgo agli adulti, ai Professori:
perdonate lo sfogo, ma non sopporto le persone che si ritengono esperte
dell’impatto che internet ha sulla società, in particolare sui giovani.
Non capisco perché credete di saperne così tanto. Chi ha a
che fare con i social network e le loro insidie sono i vostri figli,
non tanto voi. Ripeto, non è necessario salire in cattedra quando si
parla di argomenti che non sempre possedete pienamente. In questo campo i
vostri studenti, quelli che chiamate “i vostri ragazzi”, sono più
competenti e coinvolti, perciò lasciateli parlare.
Quando la lettera parla di maggiore ascolto,
penso che raggiunga il massimo dell’incoerenza, quasi superiore alla
mia, già difficile da battere: come potete parlare di ascolto, quando
siete i primi a sparare a zero sulla realtà giovanile, senza nemmeno
tentare di imparare da questa? Scendere dalla cattedra e porsi veramente
dall’altra parte è difficile, faticoso, implica delle rinunce. Dei
rischi. Non tutti ne sono capaci e sicuramente inviare una lettera a un
giornale è più semplice, ma non risolve di certo la situazione. Provate
sinceramente ad abbassarvi ad ascoltare cosa i giovani vogliono
comunicare. La lettera si conclude auspicando il raggiungimento delle
cosiddette “riforme”, ma l’autore non ha compreso che la vera riforma è
porsi dall’altra parte della classe, sedersi in un banco insieme ai suoi
Studenti, parlare e ascoltare davvero come tra pari, dimenticandosi chi
ha una laurea e chi no. Come recentemente mi ha confessato un mio ex
Professore in merito all’accaduto (rivolgendosi ai suoi Colleghi):
“
Devono ascoltarvi, farvi domande e alzare le antenne. Non ne avrete
neanche voi di risposte, certo, ma all’intero corpo Docenti servirebbe
ascoltare sul serio la vostra voce per capire che ancora c’è tanto da
capire. Da conoscersi e imparare. Reciprocamente. Ecco perché quasi mai,
anche quando ero nella vostra classe, mi siedo in cattedra, frontale
rispetto a voi Studenti. Perché a volte, anche senza saperlo, “in
cattedra” per me c’eravate voi”. La mia speranza è che facciate tesoro
di queste parole, perché so che vengono dal cuore e dalla mente di un
uomo che sa ascoltare. Non tutti sappiamo porgere l’orecchio e stare a
sentire cosa gli altri hanno da dirci, io stesso faccio fatica a farlo.
Ho parlato di ascolto e vi faccio una proposta: fate pressione sui
vostri Professori affinché vi dedichino del tempo, foss’anche un’ora al
giorno, per parlare e per ascoltarvi. Decidete insieme le modalità, gli
argomenti, le regole. Tentiamo, insieme, di ridurre la distanza tra
Professori e Studenti, potrebbe essere uno strumento in più per
prevenire tragici avvenimenti come quello accaduto lunedì.
F.O. 17/9/2014